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Gli antichi ci riguardano, di Luciano Canfora

 

Gli antichi ci riguardano: riflessioni su un recente volume di Luciano Canfora.
(Mauro Reali)

L’ultimo libro di Luciano Canfora è un breve pamphlet dal titolo Gli antichi ci riguardano (Il Mulino, Bologna 2014). In realtà il volumetto, più che sostenere con forza una tesi, si propone come una vera e propria “riflessione ad alta voce”, fatta con la cultura e la rigorosa passione che contraddistinguono questo grande filologo. I motivi per i quali “gli antichi ci riguardano”, infatti, sono molti, ed è bene ribadirlo spesso in un momento nel quale – non solo in Italia, ma anche in altre parti d’Europa – l’insegnamento delle Lingue classiche e quello della Storia greca e romana non vivono certo uno dei momenti più floridi.
Forse non era del tutto vero quello che intellettuali come Pasquale Villari o ministri importanti come Michele Coppino sostenevano dopo l’Unità d’Italia, e cioè che il latino, e in generale la cultura classica, fossero il cemento dell’unità nazionale. E forse non è neppure del tutto vero l’assunto di Antonio Gramsci, per il quale il latino si doveva (e dunque si deve…) studiare per “imparare a studiare”, per darsi cioè una rigorosa disciplina metodologica. Sì, forse per troppo tempo vi è stata una sorta di “autocompiacimento umanistico”, e si è dato per scontato che la cultura classica e lo studio del mondo antico servissero e basta. Né è pure mancato qualche caso di ambiguità, come quello del grande latinista Concetto Marchesi, militante comunista: Marchesi, infatti, nell’immediato Dopoguerra, da un lato polemizzava duramente con il filosofo Antonio Banfi sull’utilità del latino a scuola (che quest’ultimo ridimensionava), dall’altro scriveva che le scuole classiche dovevano essere poche e buone mentre molte e buone dovevano essere quelle tecniche e professionali, perché l’Italia ha bisogno non di dottori qualificati ma di operai qualificati.
Hanno allora ragione i detrattori delle lingue classiche, data la pochezza delle argomentazioni “storiche” a loro favore? Certamente no – dice Canfora – che ci invita a un approccio meno retorico e più problematico verso il mondo antico. Infatti, come sostiene alle pp. 61-71 del suo libro, gli antichi ci riguardano perché i loro problemi insoluti e i loro conflitti sono anche i nostri, e di questo l’autore ci dà esempi significativi. Pur non proponendoci un’anacronistica immagine di “antichi moderni” (se mai siamo noi moderni ad essere antichi…), l’autore sostiene che il dibattito sulla competenza o meno per la pratica della politica, sulla “migliore costituzione possibile”, e perfino sulla legittimità della schiavitù (ieri giuridica, oggi economica) vedeva presso gli antichi (così come è ancora presso di noi) opinioni molto diverse. I Greci e i Romani – secondo Canfora – non hanno scelto la via consolatoria (pp. 73-78) di superamento di alcuni conflitti, quella via che per l’autore è stata invece propria della successiva mentalità cristiana, la quale alcuni di questi conflitti avrebbe superato (o creduto di fare) guardando più all’Aldilà che alla dimensione prettamente storica.
canforaFrancamente, non so dire se quest’ultima affermazione (quella relativa al cristianesimo) sia del tutto condivisibile. Certamente in età cristiana il senso “tragico” (nell’accezione greca del termine) della realtà viene meno, e al primato romano del diritto si sostituisce quello della coscienza, o addirittura della dottrina. Però leggendo Agostino o Gerolamo non me la sentirei di parlare di via consolatoria, né tantomeno auto-assolutoria; né mi sentirei di farlo leggendo – qualche secolo dopo – i versi di Dante, che se da un lato auspica che i conflitti e i problemi si risolvano dall’altro mi sembra pervaso dal terrore che questo non accada. Si tratta comunque di una questione tanto rilevante e complessa da non potere essere discussa (almeno da me) in questa sede.
Concludo dunque facendo mia – senza se e senza ma – l’idea degli antichi (pagani e non) come straordinario “modello” di problematicità e conflittualità, e non già di valori assoluti e preconfezionati. E ricordando come Canfora citi nel volume (pp. 19-24) un interessante passo di Tocqueville, che nel 1840 agitava la “pericolosità” dello studio del mondo antico, i cui Bruti, Gracchi ecc. sarebbero serviti da modelli sovversivi per la precedente generazione dei rivoluzionari.
Io non so se i nostri ultimi ministri dell’Istruzione conoscessero il testo di Tocqueville (ne dubito: d’altronde non lo conoscevo neppure io!), né penso che i Bruti o i Gracchi possano far paura a qualcuno, al giorno d’oggi. So solo che Tocqueville era un fautore degli studi tecnici, così come i nostri ultimi ministri: in primis la Gelmini, che ha pesantemente de-latinizzato il Liceo Scientifico e mescolato lo studio della Storia antica con la Geografia, ma anche Profumo e la Carrozza, che hanno più volte sostenuto il peso eccessivo dell’istruzione liceale in Italia. No, non penso che i nostri politici temessero cesaricidi o riforme graccane: temevano (forse) il valore critico e l’anelito di libertà che le Lingue classiche, la Storia antica, la Filosofia possono ancora stimolare nei nostri giovani, mostrando loro la vanità delle tendenze contemporanee alla facilitazione e alla semplificazione, nonché i pericoli dell’imperante demagogia.

Mauro Reali è docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano.

http://www.laricerca.loescher.it/index.php/attualita/lingue-classiche/915-reali-gli-antichi-maestri-di-problemi-e-conflitti

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